mercoledì 22 luglio 2015

L'orgoglio e la modestia, la vita del minatore

Domenica scorsa volevamo sfuggire al caldo, e il nostro tentativo ci ha portato sulla vetta dell’Amiata, ma una fila lunghissima al parcheggio ci ha fatto tornare indietro. Ci siamo fermati lungo la strada, desiderosi di un po’ di fresco. Il bosco di faggi era pieno di gente, che si rilassava all’ombra degli alberi. Il verde è davvero il colore del riposo, sembrava di essere in un luogo incantato, e non mi sarei stupita se fosse saltato fuori qualche folletto.
 
Per un po’ siamo rimasti anche noi lì, seduti su qualche sasso, mentre invidiavamo chi aveva portato lo sgabello, il telo, o addirittura l’amaca, per poter godere della pace e del fresco di montagna. Poi abbiamo deciso di tornare verso Abbadia San Salvatore, e stavamo quasi per arrenderci all’idea di qualche ora davanti al televisore, quando abbiamo svoltato verso il Parco Museo Minerario.
Eravamo senza prenotazione, ma la ragazza è riuscita a sistemarci con il gruppo che avrebbe iniziato il giro al museo di lì a poco. Quella di Abbadia era una miniera di cinabro, da cui si ricavava il mercurio, fino alla sua chiusura nel 1972. Il signor Paolo ci ha accolto nella sala d’ingresso, dove c’è un modellino della miniera. Lui ha lavorato in miniera per trentasei anni, e sia suo padre che suo nonno erano stati minatori. Ci ha raccontato come si è sentito da bambino, quando a tredici anni ha iniziato a esercitare questa professione, fiero perché seguiva le orme del padre, ma timoroso, perché era pur sempre un ragazzino che scendeva nelle profondità della terra, nel regno dov’è il buio a farla da padrone. Ha spiegato quali fossero i pericoli della miniera, la fatica, la paura, ma anche l’orgoglio dato dall’esperienza di tanti anni di lavoro. Il signor Paolo ci ha parlato di quando una frana ha ostruito il passaggio d’uscita, della paura e allo stesso tempo della gioia, quando ha visto la luce entrare nel buio, attraverso uno spiraglio di speranza. Le sue sono state le parole di un uomo modesto, che arrivano a chiunque, persino ai bambini. E proprio mentre si rivolgeva ai più giovani, ho avuto la sensazione che vedesse in ognuno di loro un po’ del ragazzino che lui stesso era, quando è sceso per la prima volta nella miniera.  


Dopo aver salutato il signor Paolo, siamo saliti su un trenino, per un giro della miniera. La galleria era poco illuminata, ma quando, a un certo punto, chi ci accompagnava ha spento tutte le luci, per farci vivere l’esperienza del buio, ci siamo trovati in un’oscurità che non avevo mai visto. Non è stato come quando si chiudono gli occhi, bensì era il buio totale, dove non si può distinguere il proprio corpo da ciò che sta intorno, dove ci si perde e si viene inghiottiti dalle tenebre. La miniera al buio è un luogo dove ognuno di noi smette di essere se stesso, per diventare parte dell’oscurità, e ritrovarsi quando si riaccende la luce.



 

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